Quale utilità ricava l'uomo 

da tutto l'affanno per cui fatica sotto il sole?

Molta sapienza, molto affanno.

Chi accresce il sapere, aumenta il dolore.

(L’Ecclesiaste, 250 a.c.)

 

 

Sotto un ponte, lungo un fiume...

 

Sembra quasi di sentirlo il suono costante e monotono delle cicale leggendo la didascalia che introduce questa commedia di Luigi Lunari, e non a sproposito. In genere è un “canto” che riconduce al caldo, alla bella stagione, alle sensazioni positive, ma può facilmente diventare la colonna sonora della malinconia e della solitudine, nere regine del cuore di chi, sfortunato, sente di aver perso la propria partita e sceglie di abbandonare. Non c’è stagione peggiore dell’estate per chi è solo e sconfitto. Quando vagano per i viali alberati di una grande città, sotto il sole, l’anziano dimenticato o il barbone trovano in quel ronzio un compagno, ma ne sono quasi storditi.
L’azione teatrale si svolge per l’appunto sotto un ponte lungo un fiume, all’estrema periferia di una città: “…un argine ripido, con radi ciuffi d’erba, solcato dalla traccia di un incerto sentiero che porta in alto, verso la strada. Ad un lato della scena, il cumulo di rifiuti di una discarica abusiva.  All’altro lato, riparato dal ponte, un gabbiotto d’assi e di cartone, quasi uno scatolone, che serve evidentemente d’asilo a un qualche disperato…”. Protagonisti un Barbone, un Signore, una Donna.

Il protagonista della storia tessuta con infinita dolcezza da Luigi Lunari è un sogno che non si è realizzato, quello di un imprenditore che ha inseguito il benessere cercando di conoscere da vicino i volti dei suoi operai e di non staccarsi da questi, finanche rincorrendo la loro presenza fisica in qualche sabato sera trascorso in osteria, seduto ad un tavolo con le carte da gioco in loro compagnia. Arrivato quasi alla fine dei suoi giorni quest’uomo non riesce ad esclamare altro che il grido “Maledetti soldi!”. E’ un essere umano che noi però non vediamo, perché è già morto prima della pagina zero di questo copione. Quella che osserviamo è la resa dei suoi conti, gestita e vissuta come un processo dallo scontro che oppone l’uno contro l’altro i suoi due figli, arbitro la madre. Il minore sceglie di abbandonare la florida impresa di famiglia andando a vivere da barbone proprio sulle sponde del fiume inquinato dagli effetti collaterali della fabbrica aperta tanti anni prima dai genitori. Il maggiore rimane convinto a gestire la fortuna costruita da questi ultimi, implora il fratello per farlo tornare sui propri passi e si danna l’anima cercando di riportare alla ragione la madre stessa, che sin dall’inizio dell’opera troviamo nella baracca a fianco del figlio barbone, moderno Diogene.

Sotto un ponte, lungo un fiume ha il merito di chiarire il più grande dramma della società contemporanea, quello del progresso ad ogni costo. L’autore strappa il monopolio della riflessione sull’autodistruzione umana ai filosofi ed ai politici, ne libera il prezioso concetto di fondo dalle ragnatele dei linguaggi incomprensibili e lontani dal sentire dell’uomo della strada, gli restituisce dignità e forza dirompente rendendolo protagonista di uno scontro familiare, donandogli nitidezza.