Gli ultimi anni degli anni 50’. Madrid è di un grigiore che sembra di piombo. E’ questo un infinito dopoguerra dove la memoria dei  tempi di allegria e di libertà, la più immensa libertà che paese alcuno abbia mai conosciuto, durante la Seconda Repubblica, diventa sempre più bambina. I pochi ricordi che ci si permette avere sono censurati immediatamente da una realtà presente che li rende incomprensibili e quasi inimmaginabili. La resistenza alla idiozia di un mondo perverso può avvenire unicamente con l’immaginazione e l’invenzione di un cosmo infantile e innocente di poesia della comicità. Che altro ci resta?….RIDERE.


Queste sono parole rubate a mio padre Luis che  conobbe  l’universo di Fernando Arrabal proprio in quegli anni oscuri di una capitale abbandonata dall’illusione e dalla fantasia, ma che vide miracolosamente il debutto di una delle opere comico-poetiche più affascinanti del maestro del Teatro Panico: IL TRICICLO.

 

 

Tanti anni dopo, nel 2002, e sempre a Madrid, presenta Arrabal  “Carta de amor. Como un suplicio chino”. Il rito, la cerimonia del teatro e la poesia sono sempre presenti. Manca la fantasia e l’innocenza della risata infantile. Diversi fatti concorrono a questa nuova emozione senza spazio al sorriso: la Spagna vive una giovane democrazia liberale come tanto altro mondo; la definitiva e certa perdita del padre; la morte della madre. “Non mi fate parlare. Non ho più parole laddove avanzano le emozioni. Lasciatemi vivere il momento” dice il maestro.


Abbiamo il bisogno di far risuscitare la sensibilità della poesia innocente e comica per vivere. Sono sempre parole rubate a mio padre.
Dunque prendo proprio quest’esigenza come propria e m’imbarco nello spolverare un triciclo arrugginito e quattro personaggi senza età che inventano un proprio linguaggio e rapporti d’illusione alla ricerca della felicità. Agiscono così ridenti ignari  del fatto che questa loro vita parallela sia la più grande e pericolosa rivoluzione che possa esistere oggi. L’espediente narrativo è fondato sulla ricerca dei soldi necessari per pagare le rate dell’unico strumento di sussistenza dei protagonisti della scena: un triciclo, posseduto per guadagnarsi da vivere portando a spasso i bambini nei viali di un parco di Madrid.


Il fluttuare tra il mondo inventato e il mondo di fuori genera gli obiettivi fondamentali nella lavorazione di questa nuova-antica passeggiata del triciclo.  L’amore per la parola che faccia sorridere e il gesto che faccia amare diventano le linee lungo le quali si muovono quattro attori che sfidano l’abisso dell’essere l’altro dell’altro.                                 

Cèsar Corrales, Aprile 2004